Ottobre 7, 2026

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Lifting, tanga e toy boy: l’adolescenza di ritorno colpisce anche noi

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Tiziana De Matteo
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Donne che dichiarano guerra al tempo. E qualche volta perdono la battaglia contro il buon gusto

Qualche settimana fa abbiamo parlato di loro: gli uomini che, superata una certa età, compiono un’imbarazzante inversione a U e tornano adolescenti. Quelli che riscoprono improvvisamente la palestra, i jeans strappati, le camicie aperte sul petto e la necessità impellente di dimostrare al mondo di avere ancora vent’anni. Nonostante il colpo della strega, la cervicale e gli occhiali progressivi.

Oggi, però, per par condicio, dobbiamo parlare di noi. Perché noi donne siamo meravigliose, forti, intelligenti e multitasking, ma diciamoci la verità: qualche volta sappiamo essere improbabili anche noi.

Partiamo da un presupposto fondamentale: invecchiare non piace a nessuno. A nessuno. Chi dice di accogliere ogni ruga come un dono del tempo probabilmente ha appena fatto il botox e non può muovere la fronte per contraddirci.

E sia chiaro: i cinquant’anni di oggi non sono più quelli di una volta. Nessuno pretende che una donna, appena spente le cinquanta candeline, si presenti con il tuppo, la gonna sotto il ginocchio, le scarpe ortopediche e la collana di perle ereditata dalla zia Concetta. Possiamo essere belle, sensuali, allenate, luminose e decisamente più interessanti di quando avevamo vent’anni.

Il problema nasce quando, nel tentativo di restare giovani, cominciamo a vestirci direttamente nel reparto 0-12 anni della Benetton.

Questa estate ho visto cose che voi umani non potreste immaginare: minigonne talmente corte da poter essere classificate come cinture, pantaloncini scomparsi misteriosamente tra le pieghe dell’anatomia e tanga ridotti a un sottile filo interdentale. Tutto mostrato con la sicurezza di chi non sta andando in spiaggia, ma sta affrontando la finale mondiale di “Miss Adolescenza Ritrovata”.

E attenzione: non è una questione di fisico. Ci sono donne di cinquant’anni che possono permettersi certi abiti molto più di tante ragazzine. Il punto non è poterselo permettere. Il punto è volerlo fare a tutti i costi.

Perché lo stile non è mostrare tutto ciò che ancora resiste alla forza di gravità. Lo stile è sapere cosa mostrare, quando mostrarlo e, soprattutto, cosa lasciare all’immaginazione. Anche perché il mistero ha sempre avuto un certo fascino, mentre l’esposizione completa ricorda più l’inventario di fine stagione.

Poi arriviamo al meraviglioso mondo dei ritocchi estetici.

Ora, io lo ammetto: non sopporto il doppio mento, osservo il collo con crescente diffidenza e ogni nuova ruga viene accolta come un’ospite che si presenta senza essere stata invitata. Cerco di difendermi con creme, trattamenti estetici, alimentazione equilibrata e quella luce strategica del bagno che riesce ancora a restituirmi una certa serenità.

Ma una cosa è tentare di rallentare il tempo, un’altra è inseguirlo con una siringa in mano.

Anche perché, diciamocelo, i ritocchi sembrano essere diventati molto più accessibili rispetto al passato. E quando qualcosa diventa accessibile, il rischio è l’abuso. Si comincia con una punturina “molto naturale”, poi si sistema appena il contorno labbra, si solleva un sopracciglio, si riempie uno zigomo e, nel giro di pochi mesi, si diventa lucide e gonfie come palloncini a una festa di compleanno.

Ci sono donne che cambiano talmente tanto i propri connotati che, se vengono fermate dai carabinieri, devono portare anche una dichiarazione del chirurgo: “Si certifica che la signora nella foto è effettivamente lei, prima del terzo filler e del nuovo naso”.

Il paradosso è che vogliamo sembrare più giovani e finiamo per sembrare tutte della stessa età: un’età indefinita compresa tra i trentacinque anni e il pianeta Venere.

E poi ci sono loro: i toy boy.

Questi giovani esemplari si incontrano soprattutto in palestra, tra una lezione di functional e una borraccia proteica, oppure in altri contesti improbabili nei quali noi ci sentiamo improvvisamente osservate, desiderate e ringiovanite di almeno quindici anni.

Lui ha venticinque anni, un fisico notevole e un vocabolario composto da “bro”, “top”, “ci sta” e qualche emoticon. Noi abbiamo cinquant’anni, una vita alle spalle, responsabilità, ferite, esperienze e almeno tre conversazioni interiori contemporaneamente. Ma ci convinciamo che possa nascere un rapporto profondo perché ha messo un cuore alla nostra storia su Instagram.

Naturalmente possono esistere eccezioni. Può esserci l’amore vero, perché l’amore non chiede la carta d’identità. Ma, personalmente, continuo a credere che l’età anagrafica abbia un peso importante nel modo di crescere, affrontare la vita e costruire un rapporto.

Perché dopo l’entusiasmo iniziale e la soddisfazione di essere state scelte da un uomo molto più giovane, arriva il momento in cui bisogna anche parlarci. E lì iniziano i problemi.

Noi vogliamo discutere del futuro, delle relazioni, dei cambiamenti della vita. Lui sta ancora cercando di capire se sabato sera andare al sushi o all’apericena. Noi raccontiamo una crisi esistenziale, lui risponde: “Tranquilla, bella”, aggiungendo la faccina con l’occhiolino. E improvvisamente ci ricordiamo che non volevamo un figlio maschio. Soprattutto non uno da accompagnare in discoteca.

Insomma, care donne, godiamoci pure i nostri cinquant’anni. Indossiamo ciò che ci fa sentire belle, curiamoci, innamoriamoci, divertiamoci e, se vogliamo, concediamoci anche qualche sana follia. Ma senza trasformare la libertà in una gara disperata contro il tempo.

Perché essere giovani è meraviglioso. Ma essere adulte, consapevoli, ironiche e ancora capaci di ridere di noi stesse lo è molto di più.

E soprattutto ricordiamoci una cosa: possiamo anche provare a ingannare lo specchio, l’anagrafe e persino i carabinieri. Ma la cervicale, quella, ci riconoscerà sempre.

Tiziana De Matteo

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