La sindrome del prof Dante e altre catastrofi educative
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Tra ironia e riflessioni sul mondo della scuola, il racconto di chi insegna con passione e rischia di confondere la propria missione con il bisogno di sentirsi indispensabile
Ebbene sì, siamo quasi a ridosso dell’autunno vero. Non quello meteorologico, perché qui al Sud continuiamo dignitosamente ad andare al mare e a considerare il piumino un’invenzione dei popoli nordici, ma quello interiore.
L’autunno delle riflessioni.
Quello in cui le giornate si accorciano, le foglie cominciano a cadere e noi, invece di limitarci a cambiare l’armadio, decidiamo inspiegabilmente di fare il bilancio della nostra intera esistenza.
Ed è proprio durante una di queste precoci riflessioni autunnali che ho pensato a una particolare categoria di donne: maestre, professoresse, educatrici di qualunque disciplina possa trasformarsi, senza alcun preavviso, in una missione umanitaria.
Parlo di quelle insegnanti che non si limitano a spiegare una lezione, assegnare un esercizio e tornare tranquillamente a casa. No. Sarebbe troppo semplice.
Loro devono capire.
Devono intuire il disagio dietro un silenzio, interpretare il significato psicologico di un’assenza, scoprire perché un allievo improvvisamente non studia più, convincerne un altro a non abbandonare, parlare con i genitori, cercare soluzioni e, nei casi più gravi, passare la notte a domandarsi: «Avrò fatto abbastanza?».
Sono affette da quella che chiamerei la sindrome di “un professore”
Per chi non avesse visto Un professore, la serie televisiva con Alessandro Gassmann e la bravissima Claudia Pandolfi, il protagonista è un insegnante illuminato che utilizza la filosofia non soltanto per spiegare Socrate e Nietzsche, ma anche per risolvere praticamente qualunque problema attraversi l’universo adolescenziale.
Il prof Dante (che chiameremo così per comodità narrativa) comprende tutti, salva tutti, si occupa di tutti. Entra nelle vite degli studenti, bussa alle loro case, li riporta a scuola, ne affronta i traumi, ne aggiusta le relazioni e probabilmente, tra una lezione su Platone e una su Kant, riesce anche a trovare il tempo per controllare se abbiano mangiato.
È un eroe per gli studenti, un punto di riferimento per le famiglie, un’icona della scuola e, diciamolo, anche un uomo di notevole presenza scenica. Cosa che certamente non guasta alla filosofia.
Il piccolo particolare è che si tratta di una fiction.
La vita reale riserva non poche sorprese…
Da ragazza sono sempre stata affascinata dalla scuola. Non necessariamente dalla parte in cui bisognava stare seduti, studiare e farsi interrogare — non esageriamo con la ricostruzione storica — ma proprio dall’ambiente.
Mi piacevano le aule, le scale, i corridoi, le professoresse che camminavano cariche di libri e registri. Le osservavo e pensavo che quello sarebbe stato un mestiere bellissimo.
A un certo punto della mia vita, l’insegnamento è diventato davvero il mio lavoro. Ma non nel senso del lavoro che serve soltanto a portare a casa la pagnotta. Nel senso più pericoloso del termine: una missione.
Quando consideri il tuo lavoro una missione, infatti, il confine tra ciò che devi fare e ciò che decidi di fare smette lentamente di esistere.
Un allievo ha una difficoltà? Tu ci sei.
Ha bisogno di essere incoraggiato? Tu ci sei.
Deve prepararsi per un’occasione importante? Tu ci sei.
Serve una telefonata, un consiglio, una conoscenza, una raccomandazione, un passaggio, un sostegno morale o la ricostruzione completa dell’autostima? Naturalmente tu ci sei.
A un certo punto non sei più soltanto un’insegnante. Diventi una combinazione tra un’educatrice, una madre surrogata, un’agenzia di collocamento, una consulente sentimentale e il centralino generale delle emergenze.
E finché servi, tutto questo viene considerato meraviglioso.
Sei presente.
Sei attenta.
Sei generosa.
Sei una persona che non si limita a insegnare, ma accompagna, sostiene, comprende. Una figura fondamentale, insostituibile, quasi provvidenziale. Praticamente prof Dante, ma con un cachet decisamente più modesto.
Poi, però, può accadere qualcosa di sorprendente.
I problemi si risolvono
I traguardi vengono raggiunti.
Gli allievi crescono , trovano la propria strada e…non hanno più bisogno del tuo aiuto.
Improvvisamente tutte le qualità che ti erano state attribuite subiscono una curiosa trasformazione.
La presenza diventa invadenza.
L’attenzione diventa controllo.
I consigli diventano interferenze.
Quella che fino al giorno prima era una preziosa capacità di comprendere adesso viene definita, più semplicemente, incapacità di farsi i fatti propri.
A quel punto, l’insegnante affetta dalla sindrome del prof Dante commette il suo errore più grave: cerca una spiegazione.
Comincia a passare in rassegna ogni parola pronunciata negli ultimi dieci anni. Si domanda se abbia sbagliato tono, momento, consiglio, espressione del viso. Ricostruisce conversazioni dimenticate da tutti, tranne che da lei, e avvia un’indagine interiore che farebbe impallidire Paolo Crepet.
Perché noi donne, quando qualcosa va storto, raramente pensiamo subito: «Forse l’altra persona si è comportata male».
Noi partiamo direttamente dalla commissione parlamentare d’inchiesta su noi stesse.
Analizziamo le nostre colpe, quelle possibili, quelle improbabili e persino quelle che avremmo potuto commettere in un universo parallelo. Poi, se alla fine scopriamo di non averne, invece di stare meglio soffriamo ancora di più. Perché almeno una colpa ci avrebbe dato qualcosa da correggere; l’ingratitudine altrui, invece, non offre neppure questa soddisfazione.
Dopo qualche inevitabile batosta, però, si può arrivare a una consapevolezza importante: forse il problema non è aver dato troppo, ma aver confuso il significato del dono.
Chi insegna con passione non può smettere di accompagnare, sostenere e incoraggiare. Non può diventare improvvisamente freddo e distaccato soltanto per evitare una delusione. Sarebbe come chiedere al prof Dante di entrare in classe, dettare tre pagine su Aristotele e andarsene senza occuparsi della crisi esistenziale di almeno quattro studenti.
Non sarebbe più lui.
Ma occorre ricordare perché lo facciamo.
Lo facciamo perché corrisponde alla nostra idea di insegnamento. Perché crediamo che educare non significhi soltanto trasmettere una tecnica, una formula o una nozione, ma anche aiutare qualcuno a immaginare possibilità che ancora non riesce a vedere.
Quando insegni arte, per esempio, provi a insegnare anche che nulla è davvero impossibile. Che si può diventare altro, cambiare direzione, superare un limite, conquistare un palco o semplicemente trovare il coraggio di provarci.
Poi arriva il momento in cui gli allievi raggiungono il loro traguardo. E noi possiamo esserne orgogliose, sapendo di aver contribuito, anche soltanto in parte.
Ma è precisamente lì che il nostro ruolo deve fermarsi.
Non perché ciò che abbiamo dato non abbia avuto valore, ma perché non dobbiamo trasformarlo in un credito da riscuotere. Non possiamo accompagnare qualcuno lungo una strada aspettandoci che, arrivato alla meta, ci costruisca una statua all’ingresso del paese.
Sarebbe bello, certo. Anche piccola. Non necessariamente in marmo: andrebbe benissimo una targa con scritto “Grazie”. Ma non possiamo fondare il nostro equilibrio sulla speranza che arrivi.
Dobbiamo tenere presente che la gratitudine, oggi, e’ una virtù fuori moda. C’è chi riceve aiuto e ne conserva memoria; e poi c’è chi scambia la disponibilità per un servizio gratuito, la bontà per ingenuità e la fiducia per un’occasione da sfruttare.
E noi donne dobbiamo fare attenzione a non usare il lavoro per riempire spazi affettivi che appartengono ad altri luoghi della vita. Quando attraversiamo momenti particolari, la famiglia professionale rischia di sembrarci una famiglia vera. E qualche volta lo diventa davvero.
Esistono allieve meravigliose che lasciano la scuola, intraprendono la propria strada e, anni dopo, sono ancora presenti. Crescono, diventano piccole adulte e quasi amiche. Il rapporto cambia forma, ma resta autentico, perché non era fondato soltanto sul bisogno.
Altre persone, invece, attraversano la nostra vita finché siamo utili. Prendono ciò che possiamo offrire e poi vanno via. A volte lo fanno senza salutare e qualcuno, per non farsi mancare nulla, prima di uscire spegne anche la luce e si porta via la lampadina.
Fa male? Certamente.
Ma non cancella quello che abbiamo fatto.
Negli ultimi anni ho compreso che persino gli eventi più dolorosi possono avere una funzione inattesa: accendono improvvisamente le luci sui rapporti umani. Mostrano chi resta, chi si avvicina, chi si allontana e chi, pur avendo pronunciato per anni la frase «Io ci sarò sempre», evidentemente intendeva «compatibilmente con i miei impegni e finché non diventa complicato».
La vita, prima o poi, dà delle risposte. Non sempre quelle che avremmo voluto, ma spesso quelle che ci servivano.
Noi donne siamo profondamente legate ai rapporti umani. Ci nutriamo di legami, parole, attenzioni e presenza. Non c’è niente di sbagliato. Dobbiamo soltanto imparare a distinguere chi ci vuole bene da chi ha bisogno di noi. Perché le due cose possono coincidere, ma non sono affatto la stessa cosa.
Perciò questo articolo è dedicato alle maestre, alle professoresse e alle educatrici affette dalla sindrome del prof Dante.
Continuate a bussare alle porte.
Continuate a incoraggiare.
Continuate a spiegare ai vostri allievi che possono farcela, soprattutto quando loro sono i primi a non crederci.
Fatelo perché è il vostro modo di stare al mondo e perché, senza insegnanti come voi, molte strade non verrebbero neppure immaginate.
Ma ricordate di non aspettare l’applauso finale.
Voi, però, avrete comunque fatto la vostra parte.
L’importante è non confondere la gratitudine con la misura del vostro valore. E soprattutto non trasformarvi nelle madri, nelle amiche o nelle salvatrici di chi vi riconosce soltanto quando ha bisogno di essere salvato.
Restate pure delle giovani Alessandro Gassmann.
Ma ogni tanto, tra una missione educativa e l’altra, fatevi anche gli affari vostri.
Non sarà molto televisivo, ma pare faccia benissimo alla salute.
Tiziana De Matteo