Ottobre 7, 2026

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Donne, sorellanza e altre attività a rischio

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Tiziana De Matteo
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Dall’amicizia alla vita quotidiana, perché sostenersi, riconoscere il valore delle altre e fare squadra può essere la forma più semplice di sorellanza

Questo autunno non ha ancora capito di essere autunno. Esci di casa con una giacca in mano e il costume in fondo alla borsa, perché non si sa mai: magari tra una commissione e l’altra riesci pure a fare un salto al mare. Io, intanto, faccio finta di niente e cerco di non pensare all’inverno che ci aspetta.

Che poi l’inverno arriva sempre, puntuale, come una bolletta. Ma finché c’è questo sole, lasciatemi coltivare l’illusione.

Quando la temperatura è mite, però, la mente si mette a fare quello che sa fare meglio: pensare. E così mi è tornato in mente il primissimo articolo che scrissi per questa rubrica, quello sulla solidarietà femminile.

Ne parlavo già allora partendo da esperienze mie, perché nei miei articoli, volente o nolente, finisce sempre un pezzetto della mia vita. A rischio di ripetermi, oggi ci torno.

Anche perché, proprio l’altro giorno, ne ho parlato con un’amica. E in questi giorni mi sono capitate un paio di cose che mi hanno fatto pensare a quanto sarebbe bello se la solidarietà tra donne fosse davvero una pratica quotidiana. Tipo il caffè: una lo offre, l’altra lo accetta, nessuna fa l’analisi del sangue alla tazzina.

La prima cosa riguarda un’amica del cuore che non sentivo da mesi. Non perché ci fossimo dimenticate, ma perché tra impegni, famiglia, lavoro e vita che si mette di traverso, a volte passa un po’ di tempo senza riuscire a vedersi o anche solo a telefonarsi. Poi, all’improvviso, mi ha scritto.

Avevo una faccenda scolastica da sbrigare e lei è partita in quarta: messaggi, contatti, telefonate, organizzazione. Si è messa a disposizione come se ci fossimo salutate il giorno prima.

In quel momento mi si è scaldato il cuore. Mi sono sentita aiutata, sostenuta. E ho pensato che forse la vera amicizia è anche questa: non necessariamente sentirsi ogni giorno, ma sapere che quando serve l’altra c’è. Non arriva con un comunicato stampa, non pretende un preavviso di quindici giorni lavorativi. C’è e basta.

Poi c’è stato un incontro di una decina di minuti con una collega giornalista e una bravissima insegnante, per ragionare su un progetto.

Ci siamo riunite, abbiamo messo insieme le idee e, nel giro di poco, ci siamo ritrovate a costruire qualcosa, incoraggiandoci a vicenda. Dieci minuti, tre donne, un progetto già in moto. Praticamente una piccola rivoluzione, senza nemmeno bisogno di convocare una commissione.

Sono uscita da quell’incontro pensando a quanto mi piacciano le donne che sanno riconoscere il valore delle altre. Quelle che non si sentono diminuite se un’altra brilla. Anzi: si avvicinano, guardano come fa, imparano qualcosa, magari le dicono pure «brava». Una frase semplicissima, eppure a volte sembra che per pronunciarla serva un’autorizzazione ministeriale.

Perché, diciamolo, non sempre va così. In certi ambienti lavorativi e personali mi è capitato di incontrare anche cattiverie, rivalità e quella speciale forma di ostilità femminile che prima ti sorride e poi, appena ti giri, ti misura dalla testa ai piedi. Se hai raggiunto un traguardo, magari non è perché ti sei impegnata: sarà fortuna, sarà un santo in paradiso, sarà che conosci qualcuno. Se poi sei pure contenta, allora c’è proprio da preoccuparsi.

Gli uomini, intanto, sembrano aver capito da tempo una cosa che noi stiamo ancora discutendo nei gruppi WhatsApp: fare squadra conviene. Si frequentano, si sostengono, fanno gruppo.

In qualche modo riescono a restare una pigna. Noi invece a volte siamo capaci di trasformare il successo di un’altra in un caso da esaminare: «Sì, però…». E dopo quel “però” può arrivare di tutto: è troppo magra, troppo curata, troppo fortunata, troppo sicura di sé. Troppo, insomma. Come se il difetto fosse sempre che l’altra occupa spazio.

Forse è anche per questo che alcune donne raccontano le cose belle solo quando sono già successe. Un matrimonio, una gravidanza, un avanzamento di lavoro: «Non l’avevo detto per scaramanzia».

E per carità, la scaramanzia esiste. Però a volte mi chiedo se, insieme al malocchio, non si tema anche lo sguardo storto di chi dovrebbe essere felice per noi.

Vi e’ mai capitato di venire a conoscenza di un evento felice quando ormai era tutto fatto, pur avendo visto la persona pochi giorni prima. Magari davvero era scaramanzia. Magari era anche il desiderio di proteggere quella felicità, almeno finché non fosse abbastanza solida da reggere le domande, i commenti e i “ma sei sicura?”.

E poi c’è il capitolo sentimentale, quello in cui la solidarietà femminile rischia di andare in ferie senza lasciare recapiti. Quando un uomo ci tradisce, a volte ce la prendiamo con lei. Lei è la seduttrice, la tentatrice, la meretrice che avrebbe fatto perdere la testa al povero disgraziato. Lui, invece, poverino, evidentemente è stato trascinato via in stato di ipnosi. Ci viene da domandarci perché l’altra l’abbia fatto, ma molto meno spesso perché lui abbia scelto di farlo. Il che è curioso: certe responsabilità maschili devono avere un sistema di occultamento molto efficace.

Non sto dicendo che le donne debbano amarsi tutte, invitarsi a cena e scambiarsi i vestiti. Sarebbe anche una gestione logistica complicata. Dico solo che potremmo provare a non trasformare ogni donna in una rivale, ogni risultato in un sospetto, ogni momento felice in un’occasione per ridimensionarlo.

Possiamo ammirare chi ha costruito qualcosa con impegno e forza, prendere esempio, dirle “brava” senza sentirci sconfitte. La luce di un’altra non ci lascia al buio.

Per questo mi piace pensare che esista un universo parallelo nel quale le due esperienze che vi ho raccontato siano eccezioni: un’amica che accorre quando serve, tre donne che si incontrano e cominciano a progettare, sostenendosi e riconoscendosi valore.

Magari quell’universo non è nemmeno così lontano. Forse comincia ogni volta che una di noi sceglie di non sminuire un’altra, di darle una mano, di fare il tifo per lei senza aspettare che inciampi.

E se ci riusciamo, magari un “inverno alle porte” diventa piú facile da affrontare!

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