Perché i comunisti non mangiano più i bambini
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Dalla paura del comunismo a quella dell’immigrazione: come è cambiato il nemico nella comunicazione politica italiana
C’è una vecchia storia della politica italiana che merita di essere riletta con attenzione: quella dei comunisti che mangiavano i bambini.
Durante gli anni della Repubblica Sociale Italiana, la propaganda fascista alimentava la paura del comunismo e diffondeva anche la leggenda secondo cui i comunisti avrebbero sottratto i bambini del Sud per deportarli in Unione Sovietica.
Era una rappresentazione caricaturale e spaventosa dell’avversario politico, costruita per trasformare una contrapposizione ideologica in una minaccia concreta alla famiglia e alla sicurezza delle persone.
Quella paura sopravvisse alla guerra e trovò terreno fertile anche nella campagna elettorale del 1948, quando il Partito Comunista Italiano rappresentava una forza politica fortemente radicata e competitiva. La contrapposizione fu durissima: da una parte la Democrazia Cristiana, sostenuta dagli Stati Uniti e da un vasto fronte cattolico; dall’altra il Fronte Democratico Popolare, nel quale il PCI aveva un ruolo centrale.
La propaganda anticomunista presentava il voto come una scelta di civiltà e di fede: votare sulla Croce e contro il comunismo, descritto come emanazione di Stalin, minaccia per la religione, per la proprietà privata e per la famiglia.
Il comunista, insomma, non era soltanto un avversario politico. Diventava il nemico.
La storia, però, è andata avanti. Il PCI ha conosciuto la stagione dello “strappo” da Mosca, l’eurocomunismo e la ricerca di una propria autonomia politica. Poi è arrivato il crollo del Muro di Berlino, la fine della Guerra fredda e, nel 1991, la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Eppure il comunismo continuò a essere utilizzato come una potente categoria politica.
Nel gennaio 1994 Silvio Berlusconi annunciò la propria discesa in campo presentandosi come argine alla sinistra e a ciò che definiva il rischio di una politica illiberale. Da quel momento, nella politica italiana, l’accusa di essere “comunista” finì spesso per allargarsi ben oltre il significato storico del termine, diventando un’etichetta utilizzata anche nei confronti di chiunque fosse considerato avversario politico.
Ma oggi quella parola ha perso gran parte della sua capacità di spaventare.
Il comunismo sovietico non esiste più. Non c’è più il blocco sovietico, non c’è più la cortina di ferro e non c’è più quella contrapposizione internazionale che aveva caratterizzato il Novecento.
E allora la politica ha bisogno di un altro nemico?
È questa, forse, la domanda più interessante.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione della narrazione politica: il vecchio “pericolo comunista” sembra essere stato progressivamente sostituito dal “pericolo immigrato”.
L’immigrato che ruba il lavoro, che occupa le case popolari, che porta criminalità, che spaccia, che minaccia le nostre donne, che mette in discussione la nostra identità.
Una rappresentazione che, esattamente come quella del comunista di un tempo, tende a trasformare fenomeni complessi in una minaccia semplice e immediatamente riconoscibile.
E qui emerge una delle contraddizioni della politica contemporanea.
Salvini e altri esponenti della destra italiana hanno mostrato nel tempo una posizione di vicinanza politica nei confronti di Vladimir Putin e di forze sovraniste e di destra radicale europee. Ma Putin, naturalmente, non è il leader dell’Unione Sovietica né il capo di un sistema comunista: la Russia contemporanea è un’altra cosa e non può essere ricondotta semplicemente alle categorie politiche del Novecento.
La contraddizione, dunque, è soprattutto nell’uso delle vecchie etichette: il comunismo viene evocato come lo spettro del passato, mentre alcune delle forze politiche che lo utilizzano come spauracchio intrattengono rapporti o mostrano vicinanze con governi e movimenti che appartengono a un’altra, e spesso opposta, tradizione politica.
Anche sul terreno dei valori cristiani il dibattito presenta contraddizioni che meriterebbero maggiore attenzione.
La destra italiana ha fatto della difesa della famiglia, dell’identità cristiana e dei valori tradizionali uno dei propri riferimenti politici. Ma la politica non dovrebbe essere giudicata soltanto dalle parole pronunciate nei comizi, dalle croci o dai rosari mostrati durante le manifestazioni. Dovrebbe essere giudicata anche dalle politiche concrete, dalla capacità di tutelare la dignità delle persone e dal modo in cui affronta le fragilità sociali.
E qui il tema dell’immigrazione diventa inevitabilmente centrale.
L’Italia ha una delle popolazioni più anziane d’Europa e una natalità estremamente bassa. Allo stesso tempo, interi settori dell’economia dipendono ormai in maniera significativa dal lavoro degli immigrati: agricoltura, turismo, industria, edilizia, assistenza alla persona e servizi.
Per questo la domanda è inevitabile:
se domani rimpatriassimo tutti gli immigrati presenti in Italia, chi svolgerebbe quei lavori?
La risposta non può essere semplicemente “gli italiani”, perché in molti casi gli italiani non sono disponibili, non sono sufficienti numericamente o non possono coprire il fabbisogno del mercato del lavoro.
Questo non significa che non debbano esistere regole, controlli, politiche di integrazione e una gestione seria dei flussi migratori. Significa, piuttosto, che un fenomeno complesso non può essere trasformato in uno slogan.
Perché la paura è semplice. La realtà è molto più complicata.
Ed è proprio qui che dovremmo recuperare una politica diversa: una politica che non abbia continuamente bisogno di costruire un nemico per ottenere consenso.
Prima erano i comunisti.
Poi sono diventati “i comunisti” tutti coloro che stavano dall’altra parte.
Oggi, sempre più spesso, sono gli immigrati.
Domani chi sarà?
La vera sfida dovrebbe essere un’altra: smettere di dividerci attraverso paure costruite e tornare a discutere di lavoro, sanità, scuola, sicurezza, natalità, sviluppo, infrastrutture e diritti.
Non siamo più nel 1948 e non siamo più nel Novecento. Il comunismo che mangiava i bambini non esiste e nessuno sta per confiscare la casa di famiglia perché ha votato a sinistra.
Per questo, cari compagni e amici, non abbiamo bisogno di mangiarci tra noi.
Abbiamo bisogno di riconoscere che la democrazia vive del confronto tra idee diverse e che nessuna parte politica dovrebbe avere bisogno di trasformare l’avversario in un nemico.
Perché la storia ci ha già insegnato una cosa: quando la politica smette di confrontarsi sulle idee e comincia a costruire paure, il problema non è più soltanto chi viene indicato come nemico. Il problema diventa la qualità della democrazia.
Marcello Turco
Tesserato e membro del direttivo PD di Lamezia Terme