A Reggio vince la politica vera: l’arroganza, in politica, non porta mai lontano
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Dal risultato delle suppletive una riflessione sulla politica dei toni, delle contrapposizioni e delle ambizioni personali: alla fine, a decidere sono sempre gli elettori
Le urne di Reggio Calabria hanno chiuso una campagna elettorale che, ben oltre i confini del collegio, aveva assunto un significato politico nazionale, ed il messaggio che arriva dal voto è profondamente politico: si può alzare la voce, si può costruire una narrazione aggressiva, si possono alimentare polemiche e contrapposizioni, si può provare a trasformare una competizione elettorale in una sfida personale, si può persino affermare che zucchero e sale siano la stessa cosa, ma alla fine sono sempre gli elettori a pronunciare l’ultima parola, quella che, piaccia o non piaccia, va poi accettata e rispettata.
Le suppletive di Reggio Calabria hanno rappresentato un banco di prova duro ma importante per il centrodestra e, soprattutto, per quella parte della politica che, nelle ultime settimane, aveva trasformato questa competizione in una sorta di referendum personale contro il gruppo dirigente calabrese.
Il centrodestra si è presentato compatto attorno al vincente Fabio Roscioli, mentre il centrosinistra ha affidato la propria corsa a Frank Benedetto, una figura perbene e ampiamente sostenuto dal cosiddetto campo largo.
Ma la vicenda più interessante, dal punto di vista politico, è probabilmente quella di Domenico Giannetta, che ha lasciato Forza Italia per correre con Futuro Nazionale, un moderato sostenuto con convinzione dagli ex leghisti Roberto Vannacci e Domenico Furgiuele. Ecco come si apre la prima lezione, forse la più evidente, di questa tornata elettorale: la politica non è una gara a chi urla più forte o una sfida a chi riesce a delegittimare meglio l’avversario o il terreno nel quale un argomento, per quanto discutibile, paradossale o semplicemente improbabile, diventa automaticamente vero perché ripetuto più volte.
La politica semplicemente è consenso, e il consenso non si improvvisa, non si ordina e, soprattutto, non si conquista pensando agli elettori come si potrebbe parlare a una bella donna, magari con qualche frase ad effetto e nella speranza che bastino sicurezza e spavalderia per convincerla.
Sono più funzionali, invece, una classe dirigente capace e una credibilità. È questo, probabilmente, l’aspetto sul quale dovrebbe riflettere chi, durante la campagna elettorale, ha scelto la strada dello scontro permanente e dell’arroganza. Roberto Vannacci è arrivato a Reggio Calabria con l’obiettivo dichiarato di lanciare la sfida a Forza Italia e al centrodestra, presentando Futuro Nazionale come una proposta alternativa e arrivando anche a proporre discutibili paragoni politici tra la Calabria e la Sassonia.
Ma evidentemente la politica possiede una caratteristica che qualcuno tende a dimenticare: alla fine bisogna fare i conti con le persone che si hanno intorno e con le parole che si pronunciano. Non basta arrivare in un territorio con una narrazione nazionale assurda e di conseguenza pensare che quella narrazione diventi automaticamente consenso, soprattutto all’esito dell’elezioni amministrative della scorsa primavera, dove Francesco Cannizzaro, già deputato e segretario regionale di Forza Italia, ha stravinto con oltre il 65%
Dall’altra parte, invece, il centrosinistra ha provato a presentarsi con una candidatura unitaria, mettendo insieme forze politiche differenti attorno a Frank Benedetto: il cosiddetto campo largo ha dunque trovato un candidato comune. Ma resta una questione politica che sarebbe bene non ignorare: mettere insieme sigle diverse non significa costruire una proposta politica forte e quindi un “campo largo” per una “larga sconfitta”.
La lezione di Reggio Calabria allora non riguarda soltanto una parte politica contro un’altra, ma probabilmente dovrebbe riguardare tutti: non basta presentarsi come gli unici depositari della verità o raccontare gli altri come vecchi, incapaci, compromessi, lontani dalla gente o ormai superati dalla storia. Bisogna costruire e successivamente dimostrare.
E cosa ha dimostrato Futuro Nazionale? Arroganza o credibilità? Cosa hanno dimostrato il centrodestra, Forza Italia, Cannizzaro, Occhiuto e Roscioli? Spavalderia o credibilità? Cosa hanno dimostrato il centrosinistra ed il campo largo? Non si sa.
Per questo il voto di Reggio Calabria dovrebbe suggerire una riflessione anche a chi, da Lamezia Terme alle altre realtà calabresi coinvolte nel dibattito politico, continua a pensare che la politica possa essere costruita solo ed esclusivamente attraverso le polemiche, le rotture o…la fortuna.
Si potrebbero aprire mille parentesi: sulle vicende di Lamezia Terme, sui cambi di schieramento, sulle revoche, sulle scelte dei 600 militanti che hanno abbandonato Futuro Nazionale, sulle divisioni interne, sulle nuove formazioni politiche e sulle tante traiettorie personali. Ma c’è un giudice, il voto, che non ha bisogno di interpretazioni, di comunicati stampa o di sofisticate strategie, uno strumento che, per sua natura e grazie a Dio, restituisce una fotografia incontestabile.
In politica, del resto, va bene tutto: si può avere ambizione, si può voler cambiare tutto, si può perfino avere l’ossessione di cambiare le regole del gioco. Ma quando l’ambizione si trasforma in arroganza, quando la forza delle proprie convinzioni diventa disprezzo per quelle degli altri e quando la polemica prende il posto della proposta, il rischio è quello di perdere le elezioni e consecutivamente il consenso.
Sono infatti gli elettori che, nel silenzio della cabina elettorale, possono accarezzare o bastonare, promuovere o bocciare, senza alzare la voce, senza conferenze stampa, senza slogan, senza citare la bibbia o la Divina Commedia.
Sono loro oggi che implicitamente indicano chi deve tacere, chi deve trionfare, chi deve agire o chi, per esempio, oggi ha una grande lezione da imparare.
Antonio Conte