Ottobre 7, 2026

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11 settembre. Salvador Allende, la democrazia sotto le bombe

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Salvador Allende, Presidente della Repubblica del Cile, 1970-1973. Foto Biblioteca del Congreso Nacional de Chile Wikimedia Commons.
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“La democrazia non è invulnerabile. Può morire.”

Le date della memoria universale sono quelle che non appartengono più soltanto alla storia di una nazione. L’11 settembre è una di queste.

Oggi il pensiero corre inevitabilmente a New York, a quel mattino del 2001 nel quale il terrorismo colpì il cuore degli Stati Uniti, abbattendo le Torri Gemelle e provocando quasi tremila vittime.

Ma ventotto anni prima, l’11 settembre 1973, dall’altra parte del continente americano, un’altra immagine destinata a entrare nella storia faceva il giro del mondo: il Palacio de La Moneda di Santiago del Cile bombardato dagli aerei militari e avvolto dal fumo.

Dentro quel palazzo c’era Salvador Allende, medico, socialista, Presidente costituzionale della Repubblica del Cile. Quelle furono le sue ultime ore.

Il Cile di Allende

La crisi cilena era iniziata qualche tempo prima. Allende era stato eletto nel 1970 alla guida della coalizione Unidad Popular. Il suo progetto era ambizioso: trasformare profondamente la società cilena attraverso la nazionalizzazione del rame e di settori strategici dell’economia, la riforma agraria, la redistribuzione della ricchezza e l’estensione dei diritti sociali.

Era socialista e marxista, ma la sua idea politica aveva una caratteristica particolare: riteneva che il Cile, per la propria storia e per la solidità delle sue istituzioni, potesse cercare una propria strada verso il socialismo. L’idea di una strada cilena al socialismo fu la base del socialismo dal volto umano e riformista che scosse le coscienze della sinistra storica, cercando di allontanare il socialismo dalle dittature totalitarie che si erano affermate agli inizi del ‘900.

Non la semplice imitazione di altre rivoluzioni, ma un processo che passasse attraverso il voto, il Parlamento, le istituzioni e le leggi, rispettandole e nello stesso tempo trasformandole.

Allende conosceva bene quelle istituzioni. Era stato deputato, ministro, per venticinque anni senatore e infine Presidente della Repubblica.

Nella sua formazione personale c’era anche, quasi appartata rispetto alla dimensione pubblica del politico, l’appartenenza alla Massoneria cilena, nella quale era entrato da giovane seguendo una tradizione presente nella sua famiglia. Ne parlava soprattutto come di una scuola di principi, di Tolleranza, innanzitutto, poi libertà, uguaglianza e fratellanza.

Nel 1971, parlando a Bogotá davanti alla Gran Loggia di Colombia, spiegò che non vedeva contraddizione tra quella formazione e le proprie convinzioni socialiste e marxiste. La tolleranza, sosteneva, consisteva proprio nella possibilità che uomini dalle idee differenti potessero confrontarsi senza rinunciare alle proprie convinzioni.

Ma quelle parole, per Allende, dovevano avere un contenuto concreto.

Non poteva esserci uguaglianza in una società nella quale pochi avevano tutto e molti non avevano nulla. Non poteva esserci fratellanza dove esisteva lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E la libertà, diceva, non poteva rimanere astratta: doveva diventare «libertà concreta».

Significava lavoro, casa, educazione, salute, possibilità di vivere senza paura del futuro.

Era questa, in fondo, la sua idea di socialismo.

Ed era anche la ragione per la quale attribuiva tanta importanza all’indipendenza economica del Cile. Un Paese politicamente indipendente, sosteneva, non poteva considerarsi veramente libero se le sue principali ricchezze erano controllate altrove.

Da qui la nazionalizzazione del rame, che Allende chiamava significativamente «il salario del Cile», e la convinzione che le risorse del Paese dovessero servire a costruire scuole, infrastrutture, agricoltura moderna e servizi per la popolazione.

Era un progetto radicale, che divideva profondamente il Cile.

Inflazione, scarsità di beni, scioperi, conflitti sociali, violenze politiche e radicalizzazione tanto della destra quanto della sinistra avevano progressivamente portato il Paese sull’orlo della rottura. Su tutto pesava poi la Guerra Fredda.

Oggi sappiamo, attraverso i documenti statunitensi desecretati, che Washington considerò fin dall’inizio la presidenza Allende un problema strategico. Nel 1970 Richard Nixon ordinò alla CIA di cercare di impedirne l’insediamento. Negli anni successivi furono finanziate clandestinamente forze politiche e mezzi d’informazione dell’opposizione e venne esercitata una forte pressione sul governo cileno. Questo è documentato, tuttavia è difficile documentare che fu la CIA ad aver direttamente organizzato il golpe dell’11 settembre 1973: le prove disponibili non consentono di affermarlo. La responsabilità diretta del colpo di Stato appartiene alle Forze Armate cilene.

11 settembre 1973

Quella mattina Allende venne informato della ribellione della Marina militare. Intorno alle 7.30 raggiunse La Moneda. Poco dopo arrivò l’ultimatum dei militari: Doveva arrendersi.

Gli venne prospettata anche la possibilità di lasciare il Paese. Allende rifiutò.

Intorno al palazzo presidenziale l’assedio diventava sempre più stretto.

Allende parlò più volte alla radio. L’ultima emittente capace di trasmettere le sue parole fu Radio Magallanes. Sapeva ormai che tutto era perduto.

Non annunciò una vittoria impossibile. Non promise di rovesciare la situazione. Rivendicò invece la legittimità del mandato ricevuto e salutò coloro che avevano creduto nel suo progetto politico.

Pronunciò allora una delle frasi destinate a sopravvivergli:

«La storia è nostra e la fanno i popoli».

Poco prima di mezzogiorno arrivarono gli Hawker Hunter dell’aviazione cilena. Alle 11.52 iniziò il bombardamento. La Moneda prese fuoco. Era l’immagine materiale della fine della democrazia cilena.

Suicidio o assassinio?

Per molti anni la morte di Salvador Allende rimase circondata dal dubbio.

La versione ufficiale sosteneva che si fosse suicidato. Altri ipotizzarono invece che fosse stato ucciso dai militari durante l’irruzione nel palazzo.

Oggi su questo punto disponiamo di elementi molto più solidi. Nel 2011 i resti di Allende furono riesumati per ordine della magistratura cilena. Un’équipe multidisciplinare di specialisti cileni e internazionali effettuò nuovi esami medico-legali e balistici.

La conclusione fu unanime: Salvador Allende si suicidò.

Non risultarono elementi compatibili con l’intervento di una seconda persona.

Ma se il dato medico-legale ci dice come morì Salvador Allende, la storia ci dice dentro quale tragedia morì.

Un Presidente democraticamente eletto era chiuso nel palazzo della Presidenza mentre quello stesso palazzo veniva bombardato dalle Forze Armate del suo Paese e un colpo di Stato cancellava l’ordine costituzionale.

Due anni prima, parlando a Bogotá dei principi ai quali aveva cercato di rimanere fedele per tutta la vita, Allende aveva utilizzato un’immagine semplice: quella della nave che non deve perdere il proprio timone.

Disse che non avrebbe perduto «il timone costituito dai miei principi».

L’11 settembre 1973 scelse di non abbandonare La Moneda.

Non sappiamo se in quelle ultime ore abbia ripensato a quelle parole ma sappiamo che rimase.

Augusto Pinochet

Soltanto diciannove giorni prima Allende aveva nominato comandante in capo dell’Esercito il generale Augusto Pinochet.

L’11 settembre Pinochet fu tra i protagonisti del golpe.

Da quel giorno iniziò una dittatura destinata a durare quasi diciassette anni: il Congresso venne sciolto; le libertà civili furono soppresse; i partiti furono vietati o costretti alla clandestinità; migliaia di persone furono arrestate.

Lo Stadio Nazionale di Santiago divenne un gigantesco centro di detenzione. In tutto il Cile caserme, commissariati, navi, campi e strutture clandestine furono utilizzati per imprigionare gli oppositori.

E cominciò una delle pagine più terribili della storia latinoamericana contemporanea.

Torturati, uccisi, desaparecidos

Non abbiamo bisogno di esagerare quei numeri, essi sono già terribili così come sono.

Le commissioni istituite dal Cile dopo il ritorno alla democrazia hanno ricostruito progressivamente quella tragedia.

Oggi lo Stato cileno riconosce ufficialmente oltre 40.000 vittime tra persone giustiziate per ragioni politiche, detenuti desaparecidos e vittime della prigionia politica e della tortura.

Dietro quei numeri ci sono uomini e donne, famiglie che per decenni hanno cercato un corpo, persone sopravvissute alle torture, figli che hanno aspettato il ritorno dei propri genitori.

E nomi diventati simboli; tra questi quello di Víctor Jara – Cantautore, poeta, regista teatrale.

Venne arrestato dopo il golpe e rinchiuso nello Estadio Chile. Fu torturato e poi assassinato. Il suo corpo venne ritrovato crivellato di colpi. Jara fu soltanto uno dei tanti perchè la repressione divenne sistema.

La DINA, la polizia politica del regime, trasformò la persecuzione degli oppositori in una macchina organizzata che oltrepassò persino i confini nazionali.

Nel 1976 Orlando Letelier, già ministro del governo Allende, venne assassinato con un’autobomba a Washington.

La dittatura cilena non eliminò soltanto degli avversari politici, tentò di cancellarne la presenza, la voce e persino la memoria.

Da qui una delle parole più terribili lasciate dalle dittature latinoamericane al vocabolario contemporaneo: desaparecido. Non morto, non vivo, semplicemente e cinicamente Scomparso.

E poi arrivò un socialista italiano

Poche settimane dopo il golpe, nell’ottobre del 1973, un politico italiano arrivò in Cile.

Si chiamava Bettino Craxi.

Non era ancora il leader politico che sarebbe diventato negli anni Ottanta. Era vicesegretario del Partito Socialista Italiano e responsabile della politica internazionale del PSI.

Voleva rendere omaggio ad Allende.

Ma persino la tomba del Presidente deposto faceva paura alla dittatura.

Allende era stato sepolto nel cimitero di Santa Inés, a Viña del Mar, nella tomba della famiglia Grove, parenti della moglie Hortensia Bussi.

Craxi vi si recò con una delegazione socialista.

Anni dopo avrebbe raccontato quella giornata.

Arrivati al cimitero chiesero a un impiegato dove fosse la tomba del Presidente Allende. L’uomo non rispose. Abbassò gli occhi. Aveva paura. Fu allora che si avvicinò un bambino.

Disse che conosceva il posto e che li avrebbe accompagnati. La delegazione cominciò a seguirlo lungo il viale del cimitero. Percorse poche decine di metri.

Poi comparvero i carabineros. Avevano i mitra. Bloccarono il gruppo. Craxi tentò di avanzare. Gli intimarono di fermarsi. “Un paso mas y tiro” – un passo avanti e sparo – intimò il capo dei carabineros.

La delegazione socialista non riuscì a raggiungere la tomba.

Esiste una fotografia di quel momento: Craxi e gli altri socialisti stanno uscendo dal cimitero mentre accanto a loro i militari cileni imbracciano le armi.

È una fotografia che racconta meglio di molte pagine cosa sia una dittatura.

Un regime che ha paura persino di un uomo morto, di una tomba e di un mazzo di fiori.

11 settembre

Cinquantatré anni sono trascorsi da quel giorno. La dittatura di Pinochet è finita.

Il Cile è tornato alla democrazia. La Moneda è tornata ad essere il palazzo della Presidenza della Repubblica.

Salvador Allende riposa oggi nel Cementerio General di Santiago.

E ogni 11 settembre la memoria ci obbliga a guardare due immagini.

New York, 2001.

Santiago del Cile, 1973.

Non sono tragedie sovrapponibili.

Hanno origini, responsabilità e contesti completamente differenti.

Ma entrambe appartengono alla memoria del dolore della nostra civiltà.

L’una ci ricorda fin dove può arrivare il fanatismo terrorista.

L’altra fin dove può arrivare il potere quando abbandona la democrazia e affida alle armi il compito di decidere chi debba governare.

Ricordare Salvador Allende non significa condividerne ogni scelta politica.

Non significa trasformarlo in un’icona senza contraddizioni.

Significa ricordare qualcosa di molto più semplice.

Un Presidente eletto si può criticare. Si può contestare. Si può sconfiggere alle elezioni. Non si bombarda il palazzo nel quale esercita il mandato ricevuto dal popolo.

Allende, parlando due anni prima della sua morte, aveva detto di considerarsi non tanto un Presidente quanto «un portavoce del popolo». E aveva parlato di un patto con la propria coscienza, con la storia e con la patria.

Forse è sufficiente fermarsi qui: Davanti all’immagine della Moneda in fiamme.

Perché cinquantatré anni dopo essa continua a ricordarci una verità che tendiamo facilmente a dimenticare: la democrazia non è invulnerabile. Può morire.

E quando muore, quasi sempre qualcuno aveva cominciato molto prima a convincerci che non fosse più così importante difenderla.

 

Nota sulle fonti

  • Per il pensiero politico e la formazione massonica di Salvador Allende: discorso alla Gran Loggia di Colombia, Bogotá, 28 agosto 1971, nella trascrizione fornita dall’autore.
  • Per la ricostruzione dell’11 settembre 1973, la morte di Allende, la repressione della dittatura e la visita di Bettino Craxi sono state utilizzate fonti storiche, giudiziarie e archivistiche richiamate nel lavoro preparatorio dell’articolo.

 

Francesco Antonio Fagà

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