Quando la musica del mare d’Irlanda echeggiava nel Grand Hotel Royal di Sorrento
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In occasione della pubblicazione del nuovo saggio inedito di Antonio Borriello, un’ampia ricostruzione ripercorre il soggiorno del futuro Premio Nobel in Costiera nel 1959 per il Prix Italia e l’analisi drammaturgica del radiodramma «Embers»
È il 13 settembre 1959 quando Samuel Beckett varca la soglia dell’elegante Grand Hotel Royal di Sorrento, al civico 42 di Via Correale. Trascinato dall’insistenza della compagna (e futura moglie) Suzanne Déchevaux-Dumesnil, l’autore irlandese arriva in Italia per ritirare di persona il prestigioso Prix Italia.
La XI edizione del premio internazionale organizzato dalla RAI riunisce in Costiera le vette della cultura mondiale e vede Beckett trionfatore nella sezione letteraria per il radiodramma Embers.
A ricostruire quell’episodio storico, mettendone in luce i risvolti umani, estetici e drammaturgici, è un nuovo e denso saggio inedito firmato dal professor Antonio Borriello, tra i maggiori studiosi ed esperti internazionali dell’opera beckettiana.
Un’analisi tra architettura sonora, skullscape e pessimismo
Nel suo lavoro, Borriello – che si ritrae in una foto proprio davanti all’ingresso dell’albergo sorrentino – propone una lettura di Embers come vera e propria «Land art sonora in forma drammaturgica». Storicamente conosciuto in Italia come Ceneri (nella traduzione di Amleto Micozzi e poi Carlo Fruttero), il testo è stato recentemente reso come Braci da Gabriele Frasca per Einaudi, una scelta filologica che intende restituire il calore residuo del tizzone ardente in analogia con la storica versione tedesca Aschenglut (1963) curata da Erika ed Elmar Tophoven.
Al centro del radiodramma vi è il vecchio Henry, seduto sui ciottoli della spiaggia mentre tenta di sovrastare il logorante frastuono del mare attraverso un allucinato soliloquio. Il paesaggio sonoro si tramuta in un vero e proprio skullscape (paesaggio-cranio, secondo la definizione della critica Marjorie Perloff): una dimensione mentale e asettica in cui lo sciabordio delle onde diventa un personaggio-antagonista accusato di un perenne assedio acustico.
Attraverso l’evocazione dei fantasmi del passato, dal rapporto fallito con la moglie Ada alla tragica scomparsa del padre annegato in quello stesso mare, emerge la complessa tessitura familiare beckettiana. Borriello evidenzia come la colpa della nascita e la condanna biologica riflettano un dialogo ideale con il pessimismo di Arthur Schopenhauer e la poesia di Giacomo Leopardi («Nasce l’uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento…»), trovando una perfetta sponda nella celebre sintesi di Pozzo in Aspettando Godot: «Partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, e poi è di nuovo la notte».
Il cortocircuito sorrentino: tra mondanità e isolamento
La permanenza a Sorrento trasformò l’esperienza reale di Beckett in un paradossale rispecchiamento dell’incubo del suo personaggio. L’evento della RAI, posto sotto il patrocinio della Presidenza della Repubblica e documentato da oltre 66 lavori in gara da 21 nazioni, fu un imponente raduno d’élite. La cerimonia ufficiale del 14 settembre presso il “Circolo dei Forestieri” fu affollata da ministri, intellettuali e diplomatici. Quell’edizione vide premiato anche Nino Rota per la musica con La notte di un nevrastenico, mentre per l’Italia gareggiavano figure come Luigi Squarzina ed Eduardo De Filippo con Il dolore sotto chiave.
In questo clima di celebrazione e gran gala, Beckett mantenne un contegno schivo e tormentato. Nel saggio, Borriello riporta un raro e prezioso resoconto del giornalista Luigi Greci sul Radiocorriere TV, che descrive lo scrittore «chiuso in se stesso come un istrice», ritroso davanti ai fotografi e recalcitrante a discutere della propria poetica.
Chiuso nelle stanze del Grand Hotel Royal, l’autore percepiva lo sciacquio dei flutti tirrenici sulla scogliera come un’eco del litorale irlandese di Killiney. Per Borriello, l’imponente falesia di tufo su cui poggia l’albergo si fece correlativo oggettivo del cosmo beckettiano, un’epifania visiva che avrebbe poi anticipato la nuda verticalità e l’astrattezza del breve testo in prosa La falesia (La falaise, 1975). Subito dopo la premiazione (che gli valse il premio di 1.125.000 lire), Beckett fuggì febbrilmente verso Ussy-sur-Marne in Francia, confidando nelle sue lettere che Sorrento lo aveva «quasi ucciso».
La svolta radiofonica e l’intransigenza della forma
Il saggio approfondisce la genesi tecnica e la straordinaria avanguardia di Embers, trasmesso originariamente il 24 giugno 1959 dal Terzo Programma della BBC per la regia di Donald McWhinnie e l’interpretazione di Jack MacGowran (Henry) e Patrick Magee. La produzione fu un capolavoro di ingegneria acustica: i rumori di fondo (mare, passi sulla ghiaia, zoccoli di cavallo) non erano registrazioni dal vivo, ma un loop continuo di rumore bianco manipolato, rallentato e sintetizzato dai tecnici dei laboratori BBC. Tra le sequenze più intense spicca l’espressionismo acustico della lezione di musica impartita alla piccola Addie, scandita dai colpi di bacchetta sul pianoforte e dai gridi parossistici, un passaggio che il saggio accosta alle lacerazioni sonore del coevo Kontakte di Karlheinz Stockhausen e al celebre Urlo di Edvard Munch.
In Italia, il testo debuttò nel marzo 1960 sulla rivista Il Dramma, accompagnato da una nota di presentazione firmata da un giovane Andrea Camilleri. Il 29 gennaio dello stesso anno, la RAI ne trasmise la versione italiana realizzata dallo Studio di Fonologia Musicale di Milano, diretta da Giorgio Bandini, curata dal tecnico Marino Zuccheri e interpretata da Salvo Randone.
Proprio per questa natura strettamente acustica e “teatro del buio”, Beckett rimase sempre inflessibile nel negare qualsiasi adattamento per il teatro, la TV o il cinema, respingendo perfino la richiesta formulata dal regista Ingmar Bergman. Come confermato a Borriello dai suoi dialoghi personali con lo storico e biografico James Knowlson, Beckett esigeva un rigore geometrico ed essenziale: la mancanza dell’immagine non rappresentava un limite, bensì la condizione necessaria per preservare l’ambiguità tra la realtà e la proiezione allucinatoria della mente.
Profilo dell’autore: Antonio Borriello
Antonio Borriello è studioso, attore, regista, scenografo e giornalista pubblicista, riconosciuto tra i più autorevoli esperti dell’opera di Samuel Beckett a livello internazionale. Laureato con lode in Materie Letterarie e Pedagogia e diplomato quadriennalmente in Scenografia, ha dedicato gran parte della propria attività artistica e di ricerca al Teatro dell’Assurdo.
Nel corso della sua cinquantennale carriera, ha fondato e diretto il “Gruppo Sperimentazione Teatrale ABC” (1975-2001) e guidato storici laboratori teatrali scolastici a Torre del Greco e Torre Annunziata. Tra le sue celebri messinscene beckettiane figurano Dondolo, Improvviso dell’Ohio, Respiro, Va e vieni, Non io, Passi e L’ultimo nastro di Krapp, quest’ultima allestita con l’imprimatur personale dello stesso Samuel Beckett.
Saggista di rilievo, ha pubblicato volumi e contributi specialistici come Samuel Beckett, ‘Krapp’s Last Tape’: dalla pagina alla messinscena (ESI, Napoli 1992), Numerical references in ‘Krapp’s Last Tape’ (Amsterdam-New York 2001) e Messinscene infedeli: una catastrofe (2026). È stato relatore presso prestigiose istituzioni accademiche e culturali mondiali, tra cui il Trinity College di Dublino, la Humboldt-Universität di Berlino, le Università di Roma Tor Vergata, Napoli Federico II, L’Orientale, e gli Istituti Italiani di Cultura di Amsterdam e Dublino.
Ha intrattenuto collaborazioni e contatti con figure di spicco della cultura contemporanea, da James Knowlson e John Calder a Dario Fo, Peter Brook, Lindsay Kemp, Leo De Berardinis e Giulia Lazzarini. Custodisce un eccezionale fondo librario specialistico di circa 5.000 volumi interamente dedicati al teatro e a Samuel Beckett, comprendente edizioni rare in più lingue, autografi e corrispondenze d’epoca. Nel 2013 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli ha conferito l’onorificenza di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana, mentre nel 2024 è stato insignito del Premio “Fratelli De Filippo” alla carriera.
Riccardo Cristiano
